Il sipario del Teatro Pergolesi
 
siparioLo storico jesino Giovanni Annibaldi nelle sue memorie sul Teatro del 1882 riporta testualmente: "Intorno al 1850, il Sig. Luigi Mancini pittore jesino nato nel 1817, morto il 4 giugno 1881, vi rinnovò il sipario rappresentandovi l'ingresso in Jesi di Federico II di Svevia che circa il 1220 veniva a visitare la città dove era nato il 26 dicembre 1194".
La paternità dell'opera del Mancini ha trovato recente conferma a seguito del rinvenimento nel 1994 di un documento di archivio. Si tratta di una carta reperita presso l'Archivio Pianetti in cui la Deputazione amministrativa del Teatro della Concordia invita il condomino sig. Settimo Pianetti ad una riunione della Congregazione generale dei condomini per discutere diverse proposte tra cui "il compenso al Sig. Luigi Mancini per la pittura del sipario". Il documento rinvenuto è del 1856 e questa data costituisce a tutt'oggi l'unico riferimento certo.

Il sipario del Teatro Pergolesi ripropone un avvenimento la cui attendibilità storica è, oggi, fortemente messa in discussione. Secondo quanto riporta il Grizio, storico locale del '500, Federico II, nel 1216, entrò trionfalmente a Jesi che, oltre a sontuosissimi apparati, fece innalzare in onore dell'imperatore un arco trionfale in marmo, in Piazza San Floriano, oggi Federico II. Per l'occasione si organizzarono giochi e spettacoli e Federico II concesse a Jesi molti privilegi, tra cui il titolo di "città regia". Nel sipario, l'avvenimento è, come dire, "messo in scena" in una improbabilissima Jesi storica con un recupero fantastico del paesaggio urbano medievale con tanto di mura, torrioni, chiesa gotica e arcosipario trionfale di marmo, proprio come racconta il Grizio. Al centro, il cavallo con l'imperatore si impenna in alto, mentre, ai lati, gruppi di persone festanti convergono con gli sguardi e le gesta delle mani verso di lui. L'irruzione dell'illustre ospite è salutato da squilli di tromba in una festa dal chiaro sapore popolare con donzelle che danzano e spargono fiori, mentre la presenza delle autorità civili e religiose si limita a quella del podestà ritto in piedi sulla sinistra, quasi nascosto dalla folla, e a quella di un frate pellegrino che, salito su un piano rialzato, allunga le braccia verso il re. L'illuminazione ben studiata tra fondale e primo piano, la distribuzione equilibrata dei personaggi, le comparse che ripetono con mosse aggraziate gesti di circostanza, riducono la rappresentazione ad un tipico esempio di storia medievale tradotta in romanza. Il Mancini dimostra di aderire a quella tendenza del revival gotico che si limita a trasporre in pittura il tipo letterario del romanzo storico intriso più di memorie locali fantasticamente rivissute che sentito come spinta verso nuovi ideali di libertà. Il sipario ha subìto nel tempo un lento ma continuo degrado a causa soprattutto delle sollecitazioni dinamiche sulla superficie pittorica dovuto al continuo movimento di salita e discesa sul palcoscenico. Più volte ritoccato in passato, in particolare nella parte inferiore, è stato oggetto di un intervento di restauro in occasione dell'ottavo centenario della nascita di Federico II. Dagli esami effettuati si è capito che il colore è stato esteso a tempera su uno strato di preparazione esiguo al fine di mantenere l'elasticità necessaria all'uso e ciò ha prodotto nel tempo notevoli e vaste abrasioni e lacerazioni con un abbassamento del tono complessivo. L'esito del restauro con foderatura e intervento pittorico a tempera ha ripristinato la lucentezza dei colori.